

La vettura incidentata di Umberto Marzotto
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Per
questo incidente andare sul racconto del 1950 di Giannino Marzotto
Qui a sinistra Giannino Marzotto |
Al
Salone Internazionale dell’Auto di Torino del 15 settembre 1948 fanno la loro
prima apparizione due nuove versioni del modello “166”. Si tratta di vetture
che, pur derivando da una base comune, si differenziano visibilmente l’una
dall’altra.
Entrambe nascono dalle felice matita dei maestri della carrozzeria milanese
“Touring”, nota anche per il suo sistema di fabbricazione denominato
“Superleggera”.
Vengono battezzate con le sigle: “166 S” e “166 MM”.
La prima, più consona ad un uso stradale, si caratterizza per una tradizionale
carrozzeria tipo berlinetta 2+2, capace di garantire, grazie al passo lungo,
un’abitabilità paragonabile a quella di una confortevole Lancia Ardea.
La seconda, la “166MM”, non dissimula la sua vocazione sportiva ed è molto
più accattivante e ardita.
E’ una vettura rivoluzionaria, per i canoni dell’epoca, e lo si evince
soprattutto dalla distribuzione dei volumi, che segue sentieri diversi rispetto
a quelli già consolidati.
La sua carrozzeria si caratterizza per la prominente nervatura che percorre la
fiancata, per gli sbalzi ridotti e per una imponente griglia frontale che dona
all’insieme quella forte personalità che solo le auto Ferrari sanno avere.
E’ una bella macchina, ma è anche un’auto vincente e già la sigla, con
quelle due ‘emme’ accostate, che stanno per ‘Mille Miglia’, la dice
lunga sulle sue ambizioni sportive.

La ‘barchetta’ 166, del resto, ha tutte le credenziali per potersi esprimere
ai massimi livelli.
Con le sue caratteristiche tecniche di prim’ordine, è una vera opera
d’arte, la cui chicca è il propulsore a dodici cilindri disegnato
dall’ingegner Colombo e perfezionato con amore da Luigi Musso e Lampredi.
Posizionato all’avantreno in senso longitudinale, ha una cilindrata di 1995 cc,
ed è un superquadro con lubrificazione a carter umido, dotato di basamento,
testa e carter in lega leggera.
Le due bancate sono inclinate a V di 60° e l’alimentazione è garantita da 3
carburatori doppio corpo Weber 32 DCF. La potenza massima è di 140 cv, erogati
al regime di 6600 giri al minuto.
Dotata di un cambio a 5 rapporti, la vettura vanta un’invidiabile agilità,
grazie al passo di appena 2200 mm.
Il telaio è un monoblocco in tubi di acciaio a sezione ellittica, mentre le
sospensioni riprendono lo schema della “125S”, con ruote indipendenti
all’avantreno e ponte rigido al retrotreno.
Il peso ridotto dell’auto, pari a 650 kg, abbinato alla grande potenza
espressa dal superlativo propulsore, garantiscono prestazioni eccellenti, ben
rappresentate da una velocità di punta superiore ai 200 Km/h.
Non occorre attendere molto per avere conferma della bontà del progetto
‘166’, e già in alcune gare minori di svezzamento la ‘barchetta’
evidenzia il suo potenziale.
Ma la prova più attesa è la sedicesima edizione della Mille Miglia, che si
disputa a fine aprile.
Sulla linea di partenza della gara bresciana la Ferrari si presenta con quattro
“166MM”, tre delle quali ufficiali. La mitica sfida motoristica viene vinta
da Clemente Biondetti che, con la sua ‘barchetta’ due litri, precede in
classifica finale la vettura gemella guidata da Sonetto.
Ancora più schiacciante risulta la vittoria conseguita alla 24 ore di Le Mans
dello stesso anno dall’importatore americano Luigi Chinetti, che conduce il
bolide per quasi tutto l’arco della gara.
Nel 1950 fanno il loro esordio i motori maggiorati, ma la ‘166’ continua a
mietere successi. Al 1951 risale la consegna degli ultimi esemplari della
barchetta ‘MM prima serie’ ai piloti privati, che continuano a dominare la
loro categoria, nonostante l’impegno esclusivo degli ‘ufficiali’ al
volante delle vetture più grosse.